Il nome
Secondo l'interpretazione più accreditata il toponimo deriverebbe da pectorale, per la forma a petto di corazza assunta dall'abitato.
Altri lo fanno derivare da petra per la natura rocciosa del luogo, oppure dal nome di un villaggio o fondo legato al gentilizio di età romana Pictorius.
La Storia
• 1093, il toponimo Pectoranum viene citato per la prima volta riferito al castello, mentre per tutto il secolo precedente indicava genericamente un'intera vallata.
• XII sec., all'avvento dei Normanni il castello (il cui mastio è di origine longobarda) costituisce una realtà economica e politica già consolidata, tanto che alla fine del secolo diventa sede di un feudo molto esteso.
• 1229, l'esercito di Papa Gregorio IX conquista il castello di Pettorano in cui si sono asserragliati i partigiani di Federico II. Dopo questo episodio l'imperatore riporta la situazione sotto il proprio controllo nominando titolare del feudo il figlio Federico. Con l'arrivo degli Angioini, l'intero feudo è concesso al milite Amiel d'Angoult, signore di Courbain.
• 1269, il feudo passa ad Oderisio de Ponte, che lo dona alla figlia Giovanna andata in sposa al figlio di Amiel di Courbain.
• 1310, il feudo è trasmesso alla nobile famiglia dei Cantelmo, probabili discendenti dei reali di Scozia, giunti in Italia dalla Provenza al seguito di Carlo I d'Angiò. I Cantelmo tengono Pettorano per oltre quattro secoli, fino al 1750.
• XVI-XVII sec., il borgo vive il suo periodo d'oro, frutto della ripresa economica, dell'assestamento della situazione politica locale e dell'arricchimento delle tipologie architettoniche conseguente all'espansione edilizia.
• 1706, un forte terremoto procura ingenti danni a quasi tutte le strutture del paese.
• 1750, ai Cantelmo subentrano i Montemiletto, signori di Pettorano fino all'abolizione del regime feudale nel 1806.
• XX sec., il borgo, che già vive il fenomeno dell'emigrazione stagionale, comincia a decrescere a causa delle partenze in massa verso l'America e l'Europa.
Visita del Borgo
Il panorama è ancora uno dei più belli d'Abruzzo (questi luoghi avevano già affascinato Ovidio negli Amores), e basta osservare il versante del borgo lungo il percorso delle antiche mura, là dove è incastonata una casa-torre, perché il senso di Medioevo arcigno che vi si respira - appena ingentilito dai portali e dagli arzigogoli barocchi sparsi qua e là - si sposi con una forte idea di smarrimento.
E' il vuoto nel tessuto urbano lasciato dall'emigrazione, a far sentire il deserto nell'animo del visitatore. Il quale si guarda intorno e pensa a tutta la vita che palpitava lì dentro, mentre vagabonda senza meta tra gli innumerevoli passaggi, stradine, "rue" che scendono verso le mura snodandosi tra scalette, cortili, antichi edifici dai muri spesso scrostati e fatiscenti.
I vecchi acciottolati delle rue, gli stemmi dei Cantelmo incisi dal tempo, i portali barocchi e le iscrizioni sulle facciate che ancora si danno delle arie ducali, e poi la pietra delle antiche case, il percorso delle mura e la montagna che avvolge il borgo come per imprigionarlo in un incantesimo: Pettorano non si dimentica.
La sua struttura urbana ha assunto la forma odierna nel tardo medioevo, quando fu costruita la cinta muraria con le sei porte, cinque delle quali sono ancora visibili: Porta S. Nicola (sopra l'arco un affresco seicentesco raffigura S. Margherita che sorregge il paese con la mano sinistra), Porta Cencia, Porta S. Marco, Porta del Mulino (da cui si accede al parco di archeologia industriale costituito dai resti dei mulini fatti costruire dai Cantelmo lungo il fiume Gizio) e Porta S. Margherita.
All'interno delle mura molti sono gli edifici di pregio, per la maggior parte frutto di demolizioni e ricostruzioni, in epoca tardo-rinascimentale e barocca, di edifici antecedenti al XV secolo.
Il terremoto del 1706 obbligò a nuove ricostruzioni, come quella della Chiesa Madre, riaperta al culto nel 1728. Tra gli edifici religiosi, meritano una visita la piccola Chiesa extramuraria di S. Nicola, già esistente nel 1112, e la Chiesa della Madonna della Libera, da cui si dipartono le caratteristiche stradine in discesa ("rue") che conducono alla vallata del fiume Gizio attraverso interessanti stratificazioni architettoniche, mentre le altre chiese di S. Rocco, S. Giovanni e S. Antonio conservano poco della struttura originaria.
Gli imponenti resti del Castello dei Cantelmo, oggi ristrutturato, hanno vegliato il borgo nel lungo periodo di abbandono seguito al venir meno delle esigenze difensive e di controllo dei commerci nella valle.
Il nucleo del sistema difensivo, attorno al quale fu poi eretta la cinta muraria con le sei porte d'accesso e le due torri circolari superstiti, era la torre a puntone su base pentagonale che ancora oggi svetta su Pettorano.
Il Palazzo Ducale era l'altro regno dei Cantelmo, la loro residenza privata, articolata in tre volumi intorno a una corte quadrata che ha un lato aperto sulla vallata. Nella corte interna (ora piazza Zannelli) si ammira la bella fontana.
Lo sguardo, infine, si posa sui molti e bei palazzi che rievocano, anche con un senso di abbandono, il periodo d'oro del borgo: Palazzo De Stephanis, la cui facciata è un trionfo di gusto rococò, Palazzo Croce, che conserva al suo interno l'unico frammento rinvenuto in Occidente dell'Editto di Diocleziano (301 d.C.), Palazzo Giuliani, altro imponente edificio del XVIII sec., e Palazzo Vitto-Massei.
Il prodotto del borgo
Fino gli anni '50, la polenta ha rappresentato il piatto unico per tutti i pettoranesi che passavano lunghi periodi lontano da casa ad estrarre carbone muniti di roncole e asce.
Per gli umili carbonai, la polenta, appena insaporita con qualche aringa, era colazione, pranzo e cena.
Il piatto del borgo
È la polenta rognosa rigorosamente cotta nel paiolo di rame e tagliata a fette con un filo.
Tipici del luogo anche i mugnoli e cazzarielli, gnocchetti lavorati con farina e acqua e conditi con verdura.